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L'arte dell'intreccio delle erbe palustri: una storia di amore per il territorio


Situato nell'entroterra ravennate e affacciato sulle rive del fiume Lamone, il piccolo paese di Villanova di Bagnacavallo (RA), un tempo chiamato Villanova delle Capanne, presenta un singolarissimo ecomuseo, unico nel suo genere, dedicato all'arte dell'intreccio delle erbe palustri. Quello che Maria Rosa Bagnari e suo marito, fondatori del museo, hanno raccolto nel tempo è un insieme di manufatti semplici, frutto di un sapere antico (che si fondava sul rispetto per il territorio), che parlano della storia e delle tradizioni del luogo. In esposizione si possono ritrovare utensili e arredi, come sedie, sottopentole e fiaschi, ma anche cappelli, scarpe e indumenti (si noti come in questo caso si utilizzi direttamente la materia prima, non un prodotto già lavorato, come potrebbero essere i filati), tutti realizzati interamente con le erbe locali, ovvero la canna di palude (Phragmites australis), il giunco spinoso (Juncus acutus) e la carice (Carex), specie tipiche del paesaggio umido del parco del delta del Po.



Gli oggetti, che negli ultimi secoli erano stati utilizzati soltanto dagli abitanti del luogo, durante gli anni del secondo dopoguerra raggiunsero l'apice del loro successo venendo esportati all'estero come oggetti di moda e di design. Rappresentativa di questa fase è la borsetta da signora ottenuta rivisitando il prototipo della borsa da lavoro, di tradizione contadina.



Sorprendono nel loro genere anche i meravigliosi capanni, realizzati interamente in legno e erbe palustri, che sorgono nel giardino dell'ecomuseo. Fortunatamente nella campagna ravennate, all'interno di proprietà private, sopravvivono ancora alcuni esempi di questi meravigliosi manufatti, utilizzati come ricovero per gli attrezzi, a testimonianza di una cultura architettonica e di un paesaggio palustre ormai scomparso.



Queste strutture ricordano al primo sguardo quelle con tetto in paglia tipiche dei paesaggi inglesi (come il celeberrimo Globe Theatre di Londra - ricostruzione del teatro shakesperiano - e i cottage di Stratford Upon Avon), danesi e rumeni (di cui si ricorda il Museo del Villaggio di Bucarest) e richiamano nel nostro immaginario un'atmosfera nordica e fatata, che mai assoceremmo ai panorami e alle tradizioni della Romagna. Questo accade, purtroppo, perché si è perso un legame con il territorio. Negli anni Settanta, con l'inserimento sul mercato di materiali sintetici, decisamente più economici, è iniziata inevitabilmente la fase di declino della produzione di oggetti realizzati in materiale naturale. Con l'avvento della società contemporanea e della produzione industriale di massa sono andati via via a scomparire, di conseguenza, anche le maestranze locali, uniche eredi di un'arte semplice e raffinata, per secoli tramandata di padre in figlio.



Obiettivo del museo, conosciuto in tutto il mondo, è proprio quello di far scoprire queste tradizioni, in particolare l'antico rapporto con la natura e il territorio, e tramandare, attraverso attività laboratoriali rivolte a curiosi e volenterosi, alcune tecniche dell'intreccio.

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